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Quando la Sicurezza Diventa il Nemico: Il Paradosso dei 5 Sub alle Maldive

di Gianluca Simonini ·
Quando la Sicurezza Diventa il Nemico: Il Paradosso dei 5 Sub alle Maldive

Non riesco a dimenticare la notizia. Cinque subacquei professionisti, morti durante un'immersione nelle acque delle Maldive. Gente che sapeva esattamente cosa stava facendo. Brevettati. Esperti. Morti.

Quello che mi ha colpito non è stata la tragedia in sé — purtroppo gli incidenti accadono anche ai migliori — ma il modo in cui si è cercato di interpretarla. "Violazioni dei protocolli di sicurezza," hanno detto. "Negligenza," hanno concluso.

Forse. Ma secondo la mia esperienza di Assistant Instructor in subacquea, c'è un'altra storia dietro questa tragedia. Una storia che ha ben poco a che fare con la sicurezza stessa, e tutto a che fare con come la affrontiamo.

Il Paradosso della Sovraregolamentazione

Anni di lavoro in subacquea mi hanno insegnato una lezione conturbante: l'eccesso di procedure può diventare il peggior nemico della sicurezza reale.

Sembra paradossale, vero? Ma pensateci. In subacquea, come nella vostra vita professionale, ogni immersione (ogni progetto, ogni decisione) viene pianificata secondo protocolli severi: profondità massima, tempo di fondo, consumo d'aria, comunicazioni, contingenze. Tutto documentato. Tutto rigido.

E per novanta-nove volte su cento, funziona. Il protocollo salva la vita.

Ma quella centesima volta? Quando le condizioni cambiano in tre secondi? Quando il piano perfetto si scontra con la realtà caotica dell'ambiente?

Ecco quando accade qualcosa di insidioso: i sub cominciano a fidarsi del protocollo più che del loro istinto e della loro consapevolezza del momento presente. La mente trova conforto nella procedura scritta. "Se seguo gli steps, sarò salvo." È falso.

Applicare un protocollo rigido in un ambiente dinamico è come cercare di guidare seguendo una mappa stradale del 1995 su una strada che cambia ogni giorno.

La Lezione che Nessuno Vuole Imparare

Nel mio lavoro come IT consultant — che sia implementazione ERP, data migration, infrastructure renewal — vedo la stessa dinamica ogni singolo giorno.

Gli auditor, i compliance team, i project manager che non hanno mai visto il "fango" di un'implementazione reale, scrivono procedure brillanti. 100 pagine di governance. Check list infinite. Gating per ogni decisione.

E poi arrivano i problemi reali: - Il vendor ha aggiornato il software due giorni prima del go-live (non previsto dal piano). - I dati di migrazione contengono eccezioni non documentate (il protocollo non le contemplava). - L'infrastruttura sottostante non regge il carico previsto (il test non era rappresentativo).

Cosa fanno i team? Seguono il protocollo perfetto, e falliscono clamorosamente.

Cosa fanno i team che sopravvivono? Comprendono il protocollo come una mappa di intenzioni, non come una Bibbia. Mantengono situational awareness. Decidono di adattarsi quando la realtà lo richiede.

Il Vero Significato del Planning

Ecco il punto che voglio portare a casa, e che ritengo abbia ucciso quei cinque sub:

Il planning non è un documento da seguire. È un esercizio mentale per comprendere i rischi, preparare contingenze, e sviluppare il giudizio necessario quando tutto va male.

Un bravo sub (come un bravo IT manager, come un bravo genitore) non è colui che segue perfettamente il piano. È colui che ha internalizzato i principi dietro al piano, ha sviluppato il giusto livello di paranoia rispetto ai rischi, e sa quando e come deviare dal piano senza farsi uccidere dall'impulsività.

Se quei cinque sub avessero memorizzato una procedura rigida e l'avessero seguita alla lettera, sarebbero ancora vivi? Forse sì, forse no.

Ma se fossero rimasti pienamente consapevoli dei loro limiti, dell'ambiente, dei segnali di pericolo (è in questo che consiste il vero briefing), probabilmente avrebbero compreso quando era il momento di risalire e rinunciare all'immersione.

Non perché lo diceva il protocollo. Perché lo diceva il loro giudizio situazionale.

Applicato alla Vostra Vita

Che siate imprenditori, responsabili tecnici, project manager, o semplicemente persone che tentano di non fare casini:

  1. Pianificate sempre. Ma pianificate per comprendere, non per controllare.

  2. Memorizzate i principi, non le procedure. Le procedure cambiano quando il mondo cambia. I principi rimangono.

  3. Sviluppate situational awareness. Sapete leggere i segnali che il vostro ambiente vi invia? Oppure siete troppo occupati a spuntare voci sulla checklist?

  4. Siate disposti a fallire. Se il vostro piano è così rigido che l'unica opzione è successo o disastro totale, avete pianificato male. I piani robusti prevedono "uscite d'emergenza" — momenti in cui potete dire "stop, questo non funziona."

  5. Coltivate l'intuizione attraverso l'esperienza. L'eccesso di sicurezza intorpidisce l'istinto. Mantenete viva la vostra capacità di "sentire" il pericolo, anche quando i dati dicono che tutto va bene.

La Morale

La sicurezza vera non vive in un documento. Vive nella vostra capacità di comprendere i rischi, di mantenere consapevolezza, di adattarvi quando la realtà non rispetta il copione.

Cinque sub esperti sono morti. Non perché mancava loro la procedura — avevano le procedure. Ma probabilmente perché ad un certo punto la sicurezza stessa è diventata una gabbia mentale. E quando l'ambiente ha deciso di cambiare le regole, loro erano intrappolati nel seguire le vecchie.

Nel vostro lavoro, nella vostra vita: non abbiate paura di pianificare rigorosamente. Ma abbiate ancora più paura di diventare schiavi del piano.

Il planning serve per liberarvi da prendere decisioni stupide sotto pressione. Non per farvi scegliere fra il protocollo e la sopravvivenza.

Quando vi trovate di fronte a quella scelta, il protocollo ha già fallito.


P.S. Se oggi siete stressati perché un progetto non segue il piano perfetto, il briefing dettagliato o la governance scritta in 200 pagine: datevi una pausa. Chiedetevi se state affrontando un rischio reale o se state solo inseguendo rassicurazioni nel foglio Excel. Potrebbe farvi risparmiare mesi di agonia inutile.


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